Daniele Checchi

Ha studiato presso Università Bocconi, London School of Economics, Università di Siena. Attualmente professore di economia politica, Università degli Studi di Milano. Si occupa di scelte formative e di istituzioni del mercato del lavoro.

L'università italiana è cresciuta. Troppo in fretta?

L'università italiana è molto cresciuta negli ultimi trent'anni. Ormai un ragazzo su tre, giunto a diciannove anni, si iscrive all'università. La crescita era necessaria e auspicabile. La società ha bisogno di persone qualificate. Ma è diventata ipertrofica. Anche perché è avvenuta senza una valutazione attenta della proposta didattica e della produzione scientifica. Se si osservano i dati sull'andamento delle transizioni degli studenti dalla scuola secondaria all'università negli ultimi venti anni, ci si accorge immediatamente come l'università italiana abbia subito una seconda rivoluzione silenziosa: nel 1980 si iscriveva all'università meno del 30% di ogni gruppo di diciannovenni; dieci anni dopo tale numero si era innalzato sopra il 40% e nel 2001/2 superava il 50%. A questa crescita si associava una crescita equivalente del corpo docente.