Noi, robot

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Escono molti articoli sui robot, e più questi somigliano all’uomo più accendono la fantasia e l’interesse del pubblico. C’è però chi contesta questa tendenza verso i robot umanoidi. E’ il caso di Alberto Rovetta, professore emerito al Politecnico di Milano e da sempre impegnato nel mondo della robotica. Obiettivo nemmeno troppo celato dell’articolo è l’IIT di Genova, che da tempo si è distinto per una serie di robot umanoidi - fra cui il notissimo iCub. Secondo Rovetta è un abbaglio pensare che questi si avvicinino davvero alle capacità umane, e che ci sarà mai un mercato per un loro utilizzo.

Mi è capitato di vedere per la prima volta iCub prima dell’estate, visitando l’IIT. Dopo aver fatto la conoscenza di Walkman, robot gigante usato per le emergenze e le catastrofi costruito insieme al centro Piaggio di Pisa, e il robot animaloide HYQ di cui si cominciano a vendere primi esemplari, mi sono ritrovato nella fabbrica degli iCub: un intero piano dell’IIT, pieno di tecnici e ricercatori indaffarati intorno alle decine di esemplari di questo bambinetto alto circa un metro. Ogni esemplare, per ora, costa circa 250mila euro. Il modello attuale ha 53 gradi di libertà, una faccina che sembra in effetti voler entrare in relazione con te. Ti guarda con i suoi occhietti e registra milioni di stimoli tramite nuove “telecamere a eventi” in grado di smaltire più informazioni in meno tempo. Ti ascolta e riesce ormai a riconoscere anche il linguaggio non verbale di base, reagendo in modo coerente alle richieste.

D’altra parte lo scopo dei ricercatori dell’IIT è proprio questo: renderlo più autonomo e responsivo alle interazioni con gli umani, visto che il loro mercato dovrebbe appunto essere quello domestico e dell’assistenza. Rispetto ai primi modelli, oggi iCub ha sensori che gli consentono di acquisire sempre più dati dall’ambiente circostante in modo da costruirsi rappresentazioni interne della realtà sempre più evolute, riconoscere oggetti e strumenti, stare in piedi correttamente e manipolare oggetti di uso quotidiano. Questo avviene anche grazie al rivestimento di pelle artificiale, dotata di sensori, che simulano il tatto umano anche sul palmo della mano e i polpastrelli delle dita, così come sotto i piedi, per consentire anche una camminata migliore.

Al di là dell’aspetto umanoide, iCub ha avuto in questi anni una discreta circolazione fra parecchi enti di ricerca, che ne hanno acquistato una trentina di esemplari per condividere le sue potenzialità come piattaforma per applicazioni di intelligenza artificiale e studi sul controllo automatico e la visione. Fra gli acquirenti l’IIT dichiara l’Imperial College di Londra, l’Università di Osaka, l’INSERM (Francia), il Politecnico di Zurigo, il Kaist coreano e l’Università di Edimburgo. Le ricerche pubblicate su iCub hanno ormai superato le 4.000.

Resta quindi la domanda: essere simili all’uomo è un limite per le nuove generazioni di robot? Dalle molte sperimentazioni in corso nel mondo non parrebbe, ma il dibattito è aperto, e le loro potenzialità sembrano interessanti soprattutto in ambito educativo ed assistenziale. Il sogno di un automa simile all’uomo e che interagisce con esso percorre peraltro la storia della letteratura, della filosofia e più recentemente del cinema. Un sogno che potrebbe diventare realtà, aprendo nuove frontiere e ponendo nuove questioni etiche e regolatorie.

Luca Carra

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Umano, troppo umano

di Valentina Meschia

“Il corpo umano è il magazzino delle invenzioni, l’ufficio brevetti, dove ci sono i modelli da cui è preso ogni suggerimento. Tutti gli attrezzi e i motori sulla terra sono soltanto estensioni delle membra e dei sensi dell’uomo”. (Ralph Waldo Emerson) 

Dalla metà del ‘700, con l’illuminismo, la scienza e, in particolare, lo studio dell’anatomia umana diventano argomento di grande interesse, tanto da spingere gli intellettuali del tempo a raccogliere tale conoscenza in Enciclopedie: ne è un esempio, l’Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri (Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers) pubblicata nel 1751 in lingua francese da un consistente gruppo di intellettuali sotto la direzione di Denis Diderot e Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert: la bibbia dell’Illuminismo. Oppure si può pensare agli androidi di Pierre Jacquet-Droz (Neuchâtel, 1774): automi meccanici dalle sembianze e portamento umani, impegnati in differenti attività come la suonatrice di clavicembalo, lo scrivano o il disegnatore.

Dal XIII secolo a oggi, lo studio del corpo umano, per capirne composizione e funzionamento, ha fatto passi da gigante. Ha subito una vera evoluzione, sfociata nell’artificiale. Oggi la società scientifica non è solo in grado di ricreare cartilagini e protesi come pezzi di ricambio, ma anche robot con fattezze e movimenti umani. E forse anche le emozioni? Qualcuno certamente se lo domanda.

Nell’ultimo secolo il cinema ha realizzato molte pellicole dedicate al mondo della robotica. Ne sono esempi: Metropolis (Fritz Lang, 1927), Westworld. Il mondo dei robot (Michael Crichton, 1973), Io e Caterina (Alberto Sordi, 1980), L’uomo Bicentenario (Chris Columbus, 1999), A.I. – Intelligenza artificiale (Steven Spielberg, 2001), Io, robot (Alex Proyas, 2004) e La donna perfetta (Frank Oz, 2004).

Dai  tempi del muto la presenza di creature artificiali nel cinema è ampia: questi film sono stati in grado di fornire non solo informazioni, ma anche spunti di riflessione. Nel mondo scientifico e tecnologico molti sono stati i cambiamenti; questo sfocia in importanti interrogativi sull’evoluzione dell’intelligenza artificiale e delle macchine, sull’impatto che la robotica potrà avere sulla società e sul rapporto con un mondo artificiale sempre più umano.

Il cinema ha saputo proporre questi temi creando situazioni fantastiche che potrebbero divenire reali in un futuro prossimo. Film come L’uomo Bicentenario e Io, Robot o il cartone animato Robots all’apparenza possono sembrare molto diversi fra loro, ma analizzandoli con più attenzione si può notare che sono molto simili: le tre pellicole, infatti, enfatizzano le capacità emotive dei robot protagonisti, qualità che li rende unici e quasi umani. Oltre a questo, un altro aspetto che accumuna i tre robot (Andrew in L’uomo Bicentenario; Sonny in Io, Robot e Rodney in Robots) è il desiderio di capire chi sono e qual è il loro scopo nella vita, Andrew nel corso del film parte per un lungo viaggio che durerà più di dieci anni, nel tentativo di trovare qualcun altro come lui; Sonny inizia a riflettere su chi è e su cosa dovrebbe fare, e cerca risposte alle sue domande esistenziali; Rodney ha le idee più chiare: vuole fare l’inventore e pensa che per realizzare il suo sogno dovrà trasferirsi in città. La tematica della robotica e dell’intelligenza artificiale è affrontata in maniera differente nei tre lavori cinematografici. Il filo conduttore de L’uomo Bicentenario è la trasformazione graduale di Andrew in un umano; Io, Robot invece mostra le possibili conseguenze di una supremazia dell’intelligenza artificiale (V.I.K.I.) sulla popolazione umana; in Robots emergono le aspirazioni di un giovane robot inventore al quale le delusioni non mancheranno.

In L’uomo Bicentenario e in Io, Robot vengono riproposte fin da subito le tre leggi della robotica di Asimov che regolano il legame tra uomo e intelligenza artificiale:

-       I legge: Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che a causa del proprio mancato intervento un essere umano riceva danno.

-       II legge: Un robot deve obbedire agli ordini degli esseri umani purché tali ordini non contravvengano alla prima legge.

-       III legge: Un robot deve proteggere la propria esistenza purché questa autodifesa non contrasti con le prime due leggi.

Lo scorso maggio in una mozione presentata al Parlamento Europeo è stata proposta anche una quarta legge che vorrebbe fornire ai robot una personalità elettronica. Vista la diffusione dei robot in ambito industriale, sanitario e domestico, e vista la loro capacità di essere sempre più autonomi e intelligenti, è iniziato a porsi l’importante problema di poter identificare con esattezza ogni macchina, creando una sorta di carta di identità che permetterebbe di individuare i robot (ad esempio in seguito a danni ed errori) e i loro proprietari, ipotizzando anche l’obbligo di una assicurazione, come avviene per le automobili. L’intelligenza artificiale sta diventando una realtà sempre più tangibile: esistono auto che si guidano da sole e armi che possono decidere in autonomia; c’è quindi chi inizia a porsi il problema di come regolamentare queste nuove forme di vita.

L’Uomo Bicentenario (Bicentennial Man, 1999)

di Chris Columbus con Robin Williams (Andrew Martin), Sam Neill (Richard Martin, signore), Oliver Platt (Rupert Burns) e Embeth Davidtz (Amanda Martin, piccola Miss e Portia Charney).

La vita della ricca famiglia Martin cambia con l’arrivo di Uno: un robot tutto fare, modello NDR 114, che fin da subito mostrerà la sua unicità. Costruito per assolvere alle faccende domestiche, Uno inaspettatamente manifesta curiosità e interesse per tutto quello che non conosce, mostra doti creative e passione per la musica.

Amanda (Piccola Miss) fin da subito, come si fa con i propri giocattoli in segno di affetto, gli dà un nome: Andrew. Fra i due nascerà una forte amicizia che durerà fino alla morte di lei.

Mentre Andrew aiuta la famiglia Martin a liberarsi di vecchi oggetti, la sua attenzione è catturata da un giradischi. Il cervello positronico di Andrew ne analizza le caratteristiche e il robot decide di tenere l’oggetto con sé. Passerà le sue serate ad ascoltare musica e dal suo sguardo e dall’attenzione mostrata è evidente che trova piacere nel farlo.

La sua abilità creativa inizia quando Andrew intaglia un pezzo di legno per ottenerne un piccolo cavallo da offrire in dono a piccola Miss. Inavvertitamente Andrew aveva rotto il cavallino di vetro preferito della bambina e il senso di colpa e la voglia di rimediare spingono il robot a imparare tutto sul legno e sull’arte dell’intaglio: questa reazione è un esempio lampante della sfera emotiva di Andrew. Queste qualità uniche, per la Robotics, l’azienda di produzione degli NDR 114, non sono altro che difetti: invece di esaltare questa unicità, ne è spaventata e vorrebbe resettare Uno-Andrew. Richard Martin (Signore) non lo permette, lo difende come un suo pari. Signore comprende che ha un’importante responsabilità verso Andrew e decide di istruirlo per farlo diventare quello che potrebbe essere al di là di ciò per cui è stato programmato: “La gente matura col tempo”.

Andrew leggerà molti libri e, grazie a Signore, capirà alcuni comportamenti tipici dell’uomo, come il sesso e l’umorismo. Con l’obiettivo di rendersi indipendente dalla sua famiglia inizierà a vendere le sue creazioni, in particolare orologi. Gli anni passano, Signore invecchia e Piccola Miss si sposa. Andrew per la prima volta indossa dei vestiti e inizia a sentire il bisogno di capire chi è. Dopo essere stato dichiarato libero, parte per un viaggio durato più di dieci anni. Al suo ritorno non solo lui è cambiato. Gli anni sono passati. Signore muore, Piccola Miss è anziana e ci sono nuovi membri della famiglia come Porzia, la nipote di Piccola Miss. Andrew e Porzia inizialmente non si sopportano, ma col passare del tempo si innamorano e passeranno insieme il resto della vita, fino a morire uno accanto all’altro, mano nella mano. Inizia una seconda vita per tutti. La vicenda è ambientata in un futuro non molto lontano, in un arco di tempo di duecento anni.

Andrew, interpretato da Robin William, nel corso del film si evolve, cresce, matura, proprio come fa un uomo nella sua vita. Mentre impara, sviluppa anche la sfera della creatività e delle emozioni. È un robot che sente il bisogno di essere riconosciuto libero, di indossare dei vestiti, di lavorare, di avere una famiglia, di possedere un cane e di trovare l’amore. Un robot che lotta per i propri diritti e per una esistenza più giusta. Un robot che ama, che crea, che ha il senso dell’umorismo. Un robot che si sente umano e fa di tutto per diventarlo.

«Uno è lieto di poter servire» è una frase ricorrente dell’Andrew iniziale che verrà in seguito da lui pronunciata quando il tribunale non appoggerà la sua richiesta di essere riconosciuto umano. Semplici parole che fanno riflettere sulla sua situazione: l’essere divenuto simile a un umano non l’ha scalzato dalle sue origini; per la legge, la sua immortalità lo rende simile a una macchina, a un elettrodomestico.

Grazie all’incontro con Rupert Burns, tecnico di robot, Andrew assumerà per prima cosa fattezze umane e in seguito la capacità di provare emozioni umane come la sofferenza e la gelosia, la possibilità di mangiare sentendo profumi e gusti, di piangere e di invecchiare fino a morire. Andrew non può più accettare l’idea di vivere in eterno e perdere le persone che amava e decide di rinunciare alla sua immortalità per amore. Il film si conclude con una scena molto toccante che racchiude a mio avviso, l’essenza dell’umanità: davanti alla morte siamo tutti uguali e il percorso della vita è reso migliore se lo si condivide con qualcuno.

Robin Williams nei suoi anni di attività è sempre riuscito ad emozionare e a dare una personalità a personaggi interpretati che resteranno nella storia del cinema degli ultimi trent’anni. Attore eclettico ha vestito i panni di un professore fuori dagli schemi in L’attimo fuggente, di una governante impeccabile in Mrs. Doubtfire e dell’eterno bambino in Hook, Capitan Uncino; in L’uomo bicentenario Williams ha superato se stesso dando un volto e delle emozioni perfino a un robot.

Il soggetto è tratto dal racconto The Bicentennial Man scritto da Asimov nel 1976 in occasione dei 200 anni dalla nascita degli Stati Uniti e trasferito poi nel romanzo The Positronic Man, in collaborazione con Robert Silverberg.

Io, Robot (I, Robot, 2004)

di Alex Proyas con Will Smith (Del Spooner) e Bridget Moynahan (Susan Calvin)

Il film è ambientato a Chicago, in un futuro molto vicino. Nel 2035 i robot positronici diventeranno parte integrante della società umana, saranno considerati come normali elettrodomestici e svolgeranno molteplici funzioni in qualità di aiutanti meccanici sia nel mondo del lavoro sia tra le mura domestiche.

L’U.S. Robots, azienda leader nella robotica, ha l’intero controllo sulla città grazie a V.I.K.I. (Virtual Interactive Kinetic Intelligence): intelligenza artificiale il cui compito è il controllo della sicurezza.

Mentre tutti impazziscono per i robot e aspettano l’arrivo sul mercato dei nuovissimi NS-5, il detective Del Spooner non ha nessuna fiducia nei robot e continua a utilizzare strumenti di vecchia generazione senza automatismi. Per queste sue scelte, considerate bizzarre e al limite dell’ossessione, Del Spooner, interpretato da Will Smith, verrà accusato di razzismo. Nel corso del film si apprenderà il motivo di questa sua chiusura verso il mondo della robotica: anni prima era rimasto coinvolto in un incidente stradale assieme a un’altra vettura; nell’altra automobile era rimasta intrappolata una bambina di nome Sarah. Un robot venuto in soccorso, nonostante l’insistente richiesta del detective di salvare la piccola, aveva salvato lui perché secondo i calcoli del suo cervello positronico lui avrebbe avuto maggior probabilità di sopravvivere rispetto alla bambina. Per Spooner un umano avrebbe salvato la piccola seguendo non la sfera della razionalità, ma quella emotiva. Il detective non può accettare il comportamento razionale dei robot che agiscono seguendo solo la propria programmazione. L’assenza di sentimenti e della possibilità di scelta a suo avviso rendono i robot pericolosi e inaffidabili.

Il film inizia con il presunto suicidio del dottor Alfred Lanning, scienziato fondatore della U.S. Robots e ideatore delle tre leggi della robotica. Per il detective Spooner, chiamato sulla scena del delitto tramite un ologramma creato apposta dal dottore per lui, non si tratta di suicidio, ma di omicidio: i suoi sospetti cadono su Sonny, un robot NS-5 che si nascondeva nello studio del dottore morto.

Sonny è un robot unico, può sognare e provare emozioni. Prova un grande affetto verso il suo creatore, il dottor Lanning che definisce “padre”. È sospettato di essere l’artefice della morte dello scienziato, in quanto per la polizia era impossibile che il dottore si fosse suicidato scagliandosi contro la finestra infrangibile del suo laboratorio: solo una forza non umana avrebbe potuto sfondare quel vetro.

Spooner inizia a indagare sulla morte di Lanning e mentre visita la casa della vittima in cerca di indizi, la demolizione prevista per la mattina seguente viene attivata e il detective per poco non muore schiacciato da un robot demolitore. Spooner continua le sue indagini: è sempre più convinto che dietro a tutto ci siano i robot controllati dal multimiliardario e titolare della U.S. Robots Lawrence Robertson, che però viene trovato morto nel suo ufficio. A causa dei suoi continui sospetti, il detective si trova coinvolto in un attacco da parte di due tir carichi di NS-5 programmati per ucciderlo: il detective riesce a salvarsi e si scopre che Spooner è un cyborg con un braccio ed altri organi cibernetici impiantatigli da Lanning anni prima in seguito a quell’incidente in cui perse la vita Sarah.

La dottoressa Susan Calvin, psicologa esperta di intelligenze artificiali, ha il compito di analizzare Sonny e fa una scoperta sorprendente: il robot è costituito da metalli più avanzati e resistenti rispetto a quelli degli altri NS-5 e possiede un secondo cervello artificiale che entra in contrasto con il primo. Questo significa che il robot segue le tre Leggi, ma se è necessario può “decidere” di non farlo. Robertson ordina alla dottoressa Calvin di resettare Sonny considerandolo “difettoso”, ma la donna non lo fa, comprendendo l’unicità del robot. Spooner, attraverso un sogno ricorrente di Sonny, riesce a indentificare il luogo sognato dal robot. Una volta raggiunto trova un altro messaggio olografico del dottore Lanning che spiega al detective le particolarità di Sonny e lo mette in guardia da una possibile rivoluzione. Proprio in quel momento Spooner vede degli NS-5 distruggere vecchi robot: in città schiere di NS-5 si impongono sugli esseri umani e inizia una rivolta.

Spooner a questo punto capisce chi sta dietro a tutto questo: non era Sonny, ma V.I.K.I., il cervello positronico centrale della U.S. Robots che, come aveva previsto il dottor Lanning, si era evoluto e aveva sviluppato una propria interpretazione delle tre leggi: era necessaria la dittatura dei robot per proteggere gli uomini da loro stessi.

Spooner e Calvin con l’aiuto del loro nuovo amico robot Sonny riescono a disattivare V.I.K.I. riportando i robot all’obbedienza. Un bell’esempio di come l’unione e l’amicizia possano fronteggiare anche il male più grande.

Gli effetti speciali non mancano e ricreano un ambiente futurista molto credibile. Un film dall’inizio molto lento che però sa coinvolgere verso la fine. In Io, Robot Will Smith vestendo i panni di un detective arrabbiato e scettico, non ha potuto mostrare le sue capacità interpretative come è avvenuto in altri film, ad esempio in La ricerca della felicità e Alì.

Il titolo de film è ispirato all’antologia Io, Robot dello scrittore di fantascienza Isaac Asimov che raccoglie nove racconti che hanno come protagonisti i robot positronici e le tre leggi della robotica.

Robots (2005)

di Chris Wedge

“Di qualunque materiale tu sia fatto, puoi sempre brillare”, questo è il motto iniziale del film. Il protagonista è Rodney Copperbottom, un giovane inventore robot che decide di lasciare i suoi genitori per trasferirsi a Robot City in cerca del suo idolo Bigweld, fondatore dell’industria “Bigweld Industries”. Rodney vuole mostrare a Bigweld le sue qualità creative e realizzare il suo sogno di diventare un grande inventore.

Al suo arrivo a Robot City scopre un’amara realtà: a comando della Bigweld Industries non c’è più il suo amato idolo, ma Ratchet, un robot cattivo che punta solo al profitto obbedendo ai comandi di sua madre, Madame Gasket.

Rodney incontra un gruppo di robots di strada e non sapendo dove andare si unisce a loro. Il giovane robot è molto amareggiato e non vuole tornare a casa dai suoi genitori per non deluderli. Ben presto dovrà mettere in pratica la sua abilità di inventore per aggiustare i vecchi robot: Ratchet ha deciso che la Bigweld Industries non produrrà più pezzi di ricambio, ma solo componenti di lusso accessibili ai robot più abbienti. Il nuovo motto è: “Perché essere te, quando puoi essere nuovo?”.

I vecchi robot sono quindi destinati a “morire” e a finire nella fonderia. In Robots è affrontata un’importante tematica etica: anche i robot sono “essere viventi” e per tale ragione devono poter essere “curati” ricevendo gli opportuni pezzi di ricambio. Chi ha il diritto e l’autorità di decidere che un robot non può più vivere perché non può essere aggiustato?

Rodney, con l’aiuto dei suoi nuovi amici, riuscirà a sconfiggere il male, interpretato da Madame Gasket, e a riportare la serenità e l’armonia nel mondo dei robots. La Bigweld Industries continuerà a produrre pezzi di ricambio sotto il controllo attento di Rodney e Bigweld.

Come in tutti i film di animazione, si individuano qui gli elementi caratteristici delle favole: Madame Gasket ricorda la matrigna cattiva di Biancaneve, Rodney l’eroe che dà tutto se stesso in nome della giustizia, una via di mezzo tra l’orco Shrek e il classico Principe Azzurro, mentre Ratchet è il tirapiedi della situazione il cui solo obiettivo è trarre profitto e acquisire potere.

La quotidianità dei robots rispecchia nei dettagli quella del mondo umano, ricalcando non solo le figure lavorative e le ambientazioni, ma anche le emozioni, come la gioia di avere un figlio, le preoccupazioni di un genitore, i problemi adolescenziali, la delusione di vedere i propri sogni infranti e la ricerca dell’amicizia.

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Oggi gli europei si sentono minacciati da due avvenimenti: il flusso crescente di migranti dall’Africa e dall’Asia e il ripetersi di episodi di uccisioni e ferimenti di massa attribuiti a vari gruppi, in particolare al cosiddetto Stato islamico. Gli individui, i popoli e le istituzioni reagiscono in vario modo (dalla Brexit alla costruzione di muri, dalle mete per le vacanze al successo di nuovi movimenti politici, dalla guerra agli interventi umanitari), ma sembra che quasi nessun comportamento o decisione sia immune dalla percezione di dover reagire a un pericolo concreto e imminente.