Progeria: quando si invecchia troppo in fretta

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 Il curioso caso di Benjamin Button è un racconto breve di Francis Scott Fitzgerald, poi diventato un film di David Fincher, che racconta la storia di un uomo che invecchia al contrario. Nato con l’aspetto e la salute di un anziano, Benjamin Button ringiovanisce con il passare del tempo. William James Maloney, dentista, ricercatore e scrittore americano, ha ipotizzato che, a ispirare Fitzgerald, sia stata la sindrome di Hutchinson-Gilford, anche nota come progeria, una malattia genetica che provoca la comparsa di sintomi dell’invecchiamento nei primi mesi dopo la nascita.

Uno dei volti più noti di questa malattia è quello di Sam Berns, un ragazzo di Providence morto a 17 anni per quella che i media hanno spesso chiamato la “Benjamin Button disease”. Purtroppo, diversamente da quanto avviene nel racconto e nel film, chi ne è affetto non si rinvigorisce con il passare del tempo. Non esistono cure specifiche e l’aspettativa di vita è di circa 13-14 anni.

La progeria è estremamente rara: colpisce uno su quattro/otto milioni di neonati. Sul sito della Progeria Research Foundation (PRF) sono citati, a oggi, 139 bambini affetti da questa malattia, ma il numero di casi stimati è senz’altro più alto e la stessa PRF ha lanciato una campagna per individuare quanti più malati possibile.

Leslie Gordon e Scott Berns sono i genitori di Sam Berns. Entrambi pediatri, hanno fondato la Progeria Research Foundation per far conoscere questa rara e grave malattia, per promuovere la ricerca scientifica sulle sue cause e per offrire supporto alle famiglie dei bambini che ne sono affetti. Leslie Gordon è anche una ricercatrice e ha partecipato allo studio che ha identificato la causa della patologia: una mutazione puntiforme nel gene LMNA, responsabile della sintesi della lamina A, una proteina che gioca un ruolo fondamentale nell’organizzazione strutturale del nucleo cellulare.

In Italia ci sono cinque casi noti di progeria. Il più famoso è senz’altro Sammy Basso, un giovane di 21 anni i cui genitori, Laura Lucchin e Amerigo Basso, hanno fondato un’associazione con scopi simili a quelli della PRF. Come il suo omonimo american, Sammy si è messo in gioco in prima persona per far conoscere la sua condizione, con un libro e un documentario sul suo viaggio negli Stati Uniti, un TEDx a Lecce e diverse partecipazioni a eventi pubblici (fra cui anche il Festival di Sanremo). Uno di essi si terrà proprio mercoledì 5 ottobre, dove Sammy sarà protagonista al fianco di Leslie Gordon. L’evento avrà luogo alle 16 nella Sala Crociera Alta, in via Festa del Perdono 7 ed è organizzato dal Centro della Complessità e dei Biosistemi dell’Università di Milano di cui fa parte la biologa Caterina La Porta. Fra le varie linee di ricerca del suo laboratorio, ce n’è anche una dedicata alle patologie legate all’invecchiamento, inclusa la progeria. L’abbiamo intervistata per avere informazioni più dettagliate sul suo lavoro e su quello che si sa di questa rara malattia.

Quale è lo stato dell’arte della ricerca sulla progeria?

La progeria è una malattia genetica rara che non ha una cura specifica, quindi si cerca di trovare una strategia farmacologica in grado di ripristinare le funzioni del nucleo cellulare o comunque ottenere un miglioramento dei sintomi, per esempio alleviando i problemi cardiovascolari. Il legame fra la mutazione del gene LMNA all’invecchiamento accelerato è ancora poco chiaro e le ricerche pubblicate sono principalmente volte a cercare di capire questo aspetto, utilizzando sia modelli cellulari che animali.

La progeria non è l’unica malattia associata all’invecchiamento precoce. In che cosa si distingue dalle altre?

Molte di queste patologie sono monogeniche, cioè derivano dalla mutazione di un singolo gene. La progeria è una malattia autosomica dominante causata dalla mutazione del gene LMNA mentre, per esempio, la sindrome di Werner, è autosomica recessiva a carico del gene WNR. Nonostante le differenze nell’origine genetica, queste malattie hanno molti tratti in comune per quanto riguarda le anomalie a livello di organi e tessuti che provocano.

Che prospettive ci sono per quanto riguarda lo sviluppo di un trattamento efficace contro questa malattia?

Non essendo ancora chiaro il meccanismo con cui avviene la malattia, le prospettive sono alquanto incerte. C’è bisogno di molta ricerca di base.

La progeria è una malattia rara, però coinvolge processi biologici comuni ai processi di invecchiamento e disfunzioni cardiovascolari che sono invece molto studiati. Questo potrebbe incoraggiare un maggior interesse verso questa malattia, da parte della ricerca di base?

Certo. Noi stiamo proprio facendo questo. Ho iniziato a pensare a questa malattia dalle sue radici e il nostro gruppo sta cercando di capire gli aspetti della sua patogenesi. È un processo lungo e ancora non ci è chiara la risposta, ma la ricerca di base richiede pazienza, perseveranza e molta umiltà. Sono convinta che, se saremo in grado di chiarire le origini della patologia, avremo finalmente la possibilità di pensare a una strategia terapeutica che la colpisca alla sua radice.  Per ora possiamo solo cercare di alleviarne i sintomi proprio sfruttando le conoscenze che abbiamo sui processi di invecchiamento e sulle disfunzioni cardiovascolari. 

Gli individui affetti da progeria invecchiano precocemente dal punto di vista fisico, ma non da quello mentale poiché mantengono tutta la loro lucidità. A cosa è dovuta questa differenza? Che rilevanza potrebbe avere negli studi dell’invecchiamento?

Il nostro gruppo si occupa anche di patologie legate all’invecchiamento come Alzheimer e Parkinson. In queste malattie si ha un accumulo di proteine aberranti e proprio l’anno scorso abbiamo dimostrato, in un articolo uscito su Nature Communication, il ruolo critico dell’accumulo di queste proteine in un compartimento specifico della cellula come il reticolo endoplasmatico. Questo processo di accumulo richiede molto tempo per realizzarsi, proprio per il modo e le proprietà che presenta. Nella progeria, e in altre malattie simili, questi aggregati non hanno abbastanza tempo per formarsi e quindi non si innesca anche un invecchiamento cognitivo. Di conseguenza, lo studio della progeria potrebbe avere qualche ricaduta sugli studi dell’invecchiamento biologico, per esempio per capire i meccanismi coinvolti, ma probabilmente non è rilevante per le patologie di tipo neurodegenerativo.

Qual è l’impatto di iniziative “dal basso” come la Progeria Research Foundation e l’associazione Sammy Basso sulla ricerca di questa malattia?

Simili iniziative sono molto importanti per almeno due ragioni. La prima è che avvicinano la gente comune a una patologia che, essendo rara, è spesso sconosciuta, e aiutano i pochi pazienti a ritrovarsi e a confrontarsi, scambiandosi esperienze e terapie. La seconda ragione è che parlando di questa patologia stimolano la curiosità di ricercatori anche con una diversa formazione. Questo è quello che è successo a me e credo che sia molto importante portare “linfa nuova”, specialmente nello studio di patologie di cui si conosce molto poco. Venendo da campi diversi o limitrofi si è liberi da preconcetti ed è forse possibile vedere il problema da un nuovo punto di vista e magari contribuire a risolverlo. Questo è successo più spesso di quanto pensiamo in problemi di difficile soluzione. Cito tra tutti un esempio molto noto come quello di Max Delbrück, un ricercatore che dagli studi in fisica teorica dove pure ha dato dei contributi importanti, ha ricevuto nel 1969 il premio Nobel per la Medicina insieme a Salvador Luria e Alfred Hershey, entrambi biologi, per aver scoperto i meccanismi della replicazione dei virus, contribuendo a sviluppare una visone quantitativa e statistica rigorosa della biologia. L’approccio interdisciplinare non è quindi nuovo e può aprire strade molto interessanti. E' ciò che stiamo facendo anche noi. Ci vorrà del tempo per avere dei risultati sul meccanismo con cui si innesca l’invecchiamento precoce in progeria, ma siamo molto fiduciosi che il nostro approccio possa essere di grande aiuto nello studio di questa patologia.

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